Con le ultime riforme l’età del pensionamento si avvicina a 70 anni. Forse, se l’aspettativa di vita continua a crescere, per andare in pensione bisognerà essere ancora più in là con l’età. Vedremo. Già oggi comunque diverse imprese si organizzano per adeguarsi ai ritmi e alle esigenze dei lavoratori più anziani. Se ne parla, tra l’altro, in questo articolo pubblicato da Panorama qualche settimana fa.

Il primo esempio è quello della Vita Needle, società di Boston che produce strumenti di precisione per usi medici, dove l’età media dei dipendenti è 74 anni. Nell’azienda (fondata nel 1932 da un neopensionato che la guidò fino alla morte, a 96 anni!) si lavora massimo 25 ore a settimana con turni flessibili. I salari sono bassi: 12 dollari l’ora. Oltre ad arrotondare la pensione, i lavoratori della società sono motivati dalla possibilità di sentirsi “produttivi”.

Il ricorso a manodopera senior, comunque, non nasce da istanze etiche o sociali. Anzi. Secondo Marco Ceresa, managing director di Randstad, “I lavoratori over 50 hanno molti fattori in più: tempo disponibile perché hanno figli grandi, esperienza, tenacia, capacità nel risolvere i problemi con strutturalità”.

Viene allora da pensare che i sempre più numerosi giovani disoccupati, prima trovare un impiego, devono aspettare la mezza età… Non sarebbe così, secondo le statistiche: laddove ci sono più ultracinquantenni in attività ci sono anche più giovani occupati. E viceversa.

Il circolo virtuoso, naturalmente, si osserva principalmente nei Paesi nordeuropei. In Svezia tre quarti dei 55/64 enni sono ancora al lavoro. In Italia soltanto il 38 per cento. In Germania il 62,5 per cento. Nella principale potenza industriale del vecchio continente, i cittadini con più di 55 anni sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. “A parte la sostenibilità dei conti pensionistici l’urgenza è trattenere manodopera altamente qualificata (e molto costosa, anche solo per la formazione sostenuta) sul mercato del lavoro” si legge nell’articolo, citando il caso della Bmw, dove gli stabilimenti produttivi si stanno trasformando per accogliere operai non più giovani.

Forse, dunque, la qualità dei veicoli del marchio bavarese deriva anche dalla capacità di impiegare operai maturi che, nelle catene di montaggio, si muovono su confortevoli pavimenti di legno anziché di duro cemento, usano postazioni ergonomiche per non affaticarsi, hanno a disposizione fisioterapisti specializzati e zone relax…

Insieme all’attenzione degli ambienti di lavoro, la gestione dell’invecchiamento della popolazione richiede l’evoluzione dei rapporti sindacali. Anziché ricorrere al prepensionamento come soluzione di welfare bisognerebbe puntare sulle politiche attive per la rioccupazione e il mantenimento della vita professionale: riduzione dell’orario di lavoro, cambiamento di ruolo e di mansioni, tutoraggio e collaborazione con i giovani, formazione continua.

Gli esempi virtuosi non mancano, sia nell’Europa del Nord sia in Italia. L’importante è sperimentare nuove strade, senza pregiudizi, cercando l’equità tra le generazioni e l’interesse collettivo, perseguendo la qualità. Non solo dei prodotti/servizi da offrire quanto, soprattutto, della vita delle persone, in buona parte determinata dalla qualità del loro lavorare.