Per le lavoratrici dipendenti esiste una norma transitoria che da’ la possibilità di anticipare il momento del pensionamento rispetto ai lavoratori uomini. Tale disposizione – prevista in via sperimentale fino al 2015 – era stata introdotta per attenuare la penalizzazione che alle donne sarebbe derivata dall’aumento dell’età per il diritto alla pensione di anzianità, che dal 1° gennaio 2011 per le lavoratrici sarebbe coincisa con quella per il diritto alla pensione di vecchiaia.

La soluzione adottata, rivolta a porre rimedio all’anzidetta disparità di trattamento, aveva suscitato a suo tempo non poche perplessità, in quanto la liquidazione secondo le regole di calcolo del sistema contributivo comporta, nella maggior parte dei casi, lo svantaggio di dar luogo a notevoli riduzioni degli importi pensionistici. In realtà sembra non siano molte le donne che hanno esercitato questa opzione.

Tuttavia, se l’alternativa è ritrovarsi senza alcuna fonte di reddito, noi riteniamo debba essere offerta questa possibilità.

Per effetto di tale norma transitoria (art. 1, comma 9, della legge 243/2004), mantenuta in vigore dalla recente Manovra Monti, le lavoratrici possono quindi, ancora oggi, ottenere la pensione di anzianità con almeno 35 anni di anzianità contributiva ed un’età di almeno 57 anni, se lavoratrici dipendenti, e 58, se lavoratrici autonome, a condizione che optino per il calcolo della pensione secondo le regole del sistema contributivo.

Vorremmo dare una risposta concreta ai molti lavoratori colpiti dal decreto 201/2011 che, una volta espulsi dalle aziende, non ricevono ammortizzatori sociali perché appartengono a categorie – come quella dei dirigenti – che non ne hanno diritto per legge, non hanno più una retribuzione e non possono accedere alla pensione per il posticipo dei requisiti per l’accesso.

Anche loro sono una categoria di lavoratori penalizzata: perché non dargli la stessa possibilità che hanno le donne?

La nostra proposta, che verrà presentata nell’ambito della concertazione avviata in questi giorni dal Governo con le parti sociali, è quella di estendere anche ai lavoratori uomini disoccupati da almeno 12 mesi la deroga già prevista per le lavoratrici dall’art. 1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243 e mantenuta dal D.L. 201/2011.

Tale proposta si basa su due principi sui quali poggiano le misure previdenziali varate con il decreto “salva-Italia” e cioè:

  • “la previsione di un percorso predefinito di convergenza del trattamento previsto per uomini e per donne”;
  • “la presenza di clausole derogative per le categorie dei “bisognosi”.

 Si tratterebbe sicuramente di una soluzione sostenibile, perché vi farebbe ricorso solo chi si trova realmente in una condizione critica ed è perciò disposto a ricevere un assegno pensionistico inferiore a quello che gli sarebbe stato liquidato al momento del raggiungimento dei nuovi requisiti anagrafici introdotti dalla Manovra, e soprattutto, perché la pensione conseguente sarebbe calcolata sui contributi versati, ponderata secondo l’età del richiedente e penalizzata rispetto a quanto sarebbe la stessa pensione con il sistema retributivo.

Insomma l’opzione è pochi maledetti e subito piuttosto che di più ma tra 4, 5 o 7 anni. Personalmente farei scegliere. Voi?