Mi fa piacere poter sintetizzare, per gli amici del blog, i risultati di uno studio sui sistemi europei di welfare che ho realizzato qualche mese fa per conto dell’INPDAP.
Sono convinto, infatti, che una conoscenza anche superficiale dell’organizzazione della sicurezza sociale in Europa possa arricchire il dibattito sul nostro modello di welfare. Dovendo solo evidenziare alcuni aspetti della previdenza sociale, ritengo sia giusto partire dal paese in cui è nato il welfare: la Germania.
La Germania è il primo paese in cui è stato introdotto un sistema previdenziale pubblico: il regime dell’assicurazione sociale obbligatoria è stato infatti adottato nel 1891 ed esteso all’intera popolazione lavorativa nel 1972. Il suo funzionamento poggia sul principio della ripartizione, che prevede il finanziamento delle pensioni con le contribuzioni correnti.
Il sistema pensionistico obbligatorio costituisce la principale fonte di reddito per gli anziani. Cresce tuttavia il peso dei trattamenti integrativi, grazie alle sovvenzioni e alle agevolazioni fiscali concesse in favore dei lavoratori a basso reddito.
L’aliquota contributiva del primo pilastro, complessivamente pari al 19,10%, è ripartita equamente fra datore e lavoratore.
Attualmente, l’età legale di pensionamento è di 65 anni per entrambi i sessi (63 per gli invalidi gravi); l’età effettiva si riduce, però, a 61,1 anni per le donne e a 61,4 per gli uomini. Non è previsto alcun limite superiore d’età per il ritiro dal lavoro.
Fino al 2011 sarà possibile il prepensionamento a partire dai 60 anni con 35 anni di contribuzione, o dai 63 anni con riduzione attuariale dello 0,3% al mese.
Per incoraggiare la permanenza al lavoro e scoraggiare il ricorso al sommerso, solo dopo i 65 anni è consentito il cumulo del reddito da pensione con quello da lavoro (autonomo o dipendente). L’importo della pensione viene tuttavia decurtato se dal cumulo emerge un reddito complessivo superiore ad una determinata soglia.
L’importo dei trattamenti è di fatto correlato al reddito medio dell’intera vita lavorativa e ai versamenti contributivi effettuati. Dato lo stretto legame a livello individuale tra contributi e benefici, l’impatto redistributivo del sistema appare abbastanza contenuto.
Tra i maggiori paesi europei, la Germania è l’unico che prevede l’indicizzazione delle pensioni ai salari monetari, anziché ai prezzi; circostanza, questa, che assicura una sostanziale invarianza nella distribuzione del reddito tra lavoratori e pensionati.
Con la riforma previdenziale varata nel 2001 sono stati resi meno favorevoli i criteri per il calcolo e l’adeguamento dei trattamenti, al fine di ridurre la crescita della spesa e, nel contempo, aumentare le contribuzioni al regime complementare.
Poiché la riforma ha introdotto un tetto per le aliquote contributive, il governo è obbligato a proporre al Parlamento misure appropriate se dalle proiezioni emergerà il rischio di dovere aumentare le aliquote oltre il 20% nel 2020 o il 22% nel 2030. Nel periodo più recente, è stata esaminata l’opportunità di introdurre ulteriori correttivi al sistema.












[...] consentendo di cumulare il reddito da pensione con quello da lavoro solo dopo il 65, come spiega il post pubblicato su questo [...]
2 febbraio 2010 alle 15:43