Negli ultimi anni, nella generalità dei paesi industrializzati sono stati introdotti una serie di correttivi al sistema previdenziale con l’intento di ridurre le pressioni sulla spesa futura derivanti dall’invecchiamento della popolazione.
Fra questi correttivi vale la pena rammentarne almeno tre: l’utilizzo di formule meno favorevoli per il calcolo dei trattamenti, l’inasprimento dei requisiti per l’accesso alle prestazioni e il passaggio ai fini della perequazione dalla dinamica salariale agli indici dei prezzi.
Ancorando le pensioni alle variazioni dei prezzi, come accade in Italia dal 1992 con il Governo Amato, piuttosto che a quelle dei salari, è possibile ottenere consistenti risparmi di spesa.
Tuttavia, nell’ipotesi che i salari reali dei lavoratori aumentino nel tempo, tale tipo di indicizzazione fa sì che la situazione economica dei pensionati tenda a deteriorarsi rispetto a quella dei lavoratori. Ed è esattamente quanto avviene in Italia.
La necessità di garantire il recupero del potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici, tutti i trattamenti pensionistici, assume grande rilevanza da un punto di vista sociale.
Quando le pensioni sono indicizzate alla crescita dei salari lordi nominali, un incremento delle tasse o dei contributi sul lavoro garantirà ai pensionati una posizione migliore rispetto agli occupati.
Diversi paesi in cui ancora si applica l’indicizzazione ai salari hanno pertanto scelto di utilizzare come base di riferimento i salari netti piuttosto che quelli lordi. Tale misura presenta, secondo i suoi sostenitori, il vantaggio di consentire risparmi di spesa e una più equa distribuzione degli oneri finanziari tra le generazioni.
Nei paesi che hanno scelto quale parametro per l’adeguamento dei trattamenti l’indice dei prezzi al consumo è in genere garantita una copertura del 100%, di modo che il reddito dei pensionati possa essere completamente protetto dal rischio inflazionistico.
Un aggancio delle pensioni alle retribuzioni del personale in servizio sarebbe una richiesta coerente di Manageritalia al legislatore. Naturalmente devono essere tenuti in considerazione altri fattori, soprattutto in questo contesto economico.
L’Italia è forse l’unico paese che prevede per le pensioni superiori ad un dato importo un’indicizzazione parziale. Questo significa che nel giro di pochi anni anche una pensione di 2-3 mila euro lordi al mese registra una netta diminuzione in termini di potere d’acquisto, anche perché alla parziale indicizzazione va sommato il drenaggio fiscale prodotto dalla tassazione progressiva dei redditi.








La pensione guadagnata col sudore in una vita di lavoro deve garantire lo stesso tenore di vita di quando il lavoratore si trovava in attività; detto principio vale per tutte le categorie. Per questo è obbligo di tutte le parti interessate (GOVERNO – SINDACATI e ORGANIZZAZIONI COMNE LA VOSTRA) di trovare il giusto meccanismo che produca negli anni, ostatantemente, detto principio.
Grazie di cuore.-
4 ottobre 2009 alle 3:37 pm